L’Italia a caccia di informatici: ne servirebbero 10 volte tanto

da repubblica.it

di Rosaria Amato

È una delle professioni che le imprese faticano maggiormente a trovare e diventerà ancora più cruciale con la svolta digitale del Pnrr. Eppure scuole e università non ne formano abbastanza, con gravi ripercussioni anche sulla pubblica amministrazione

In un mercato del lavoro dove le aziende hanno difficoltà a trovare in media il 39 per cento delle figure professionali di cui hanno bisogno, gli informatici sono le perle rare, con un tasso di mismatch che, secondo le rilevazioni di Unioncamere, è al 63 per cento, ma arriva all’86 per i laureati con esperienza. “Nel settore informatico servirebbero dieci volte tanto i profili presenti”, afferma Zoltan Daghero, managing director di Gi Group, multinazionale che opera nel mercato del lavoro e della formazione professionale.
Secondo l’indice Desi, che monitora la competitività digitale dei Paesi membri dell’Unione Europea, l’Italia è al diciasettesimo posto per numero di laureati in materie Stem (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) e ventunesima per competenze digitali. Inoltre, solo l’1,3 per cento dei laureati italiani sceglie materie ITC. Un dato che poi è ancora più lontano dalle medie europee per le donne, anche se qualcosa sta cambiando: le immatricolazioni delle ragazze ai corsi di informatica e tecnologie ITC nel 2021 sono aumentate del 15,74 per cento.

L’Italia in difficoltà

Una situazione che pone l’Italia in seria difficoltà nel momento in cui la transizione digitale è uno dei pilastri del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), tanto che la stessa Pubblica Amministrazione negli ultimi mesi si è messa a caccia di laureati in informatica, finora con scarso successo: sui social media abbondano le testimonianze dei laureati in materie scientifico-tecnologiche che hanno rifiutato l’assunzione nel pubblico, magari dopo aver vinto il concorso. “Lavorare con tecnologie vecchie non mi interessa”, spiega per esempio su Linkedin Vincenzo Racca, Java software developer. Ad allontanare gli informatici dal pubblico impiego anche i salari e l’organizzazione del lavoro, che al momento non valorizza abbastanza le competenze, a giudizio di molti laureati che hanno partecipato ai concorsi pubblici. Carente, al momento, anche la formazione della Pa in campo informatico: l’offerta formativa per il pubblico impiego, rileva l’ultimo Rapporto Istat, continua a concentrarsi sulle tematiche giuridico-normative, mentre solo il 6,6% dei dipendenti ha seguito nel 2019 (anno di riferimento del Censimento 2020) corsi per migliorare le competenze informatiche.



Ma se la Pubblica Amministrazione sconta il fatto di essersi affacciata da poco al mercato del lavoro dell’ITC, nel privato invece il mismatch è un problema di vecchia data, che tende però ad aggravarsi ulteriormente, perché è la domanda a crescere sempre di più. Non solo nel Nord Italia, anche se, spiega Daghero, “la capitale della crescita del settore IT è Milano, città dove non a caso si sono radicati e sviluppati anche il distretto Fintech e in generale gli hub di startup”. “Va però evidenziato – prosegue il managing director di Gi Group – come anche la provincia di Napoli stia puntando su questo comparto diventando a tutti gli effetti un distretto tech”. A scarseggiare non sono solo i laureati, ma persino i diplomati: “Quest’anno prevediamo l’assunzione di mille informatici. – spiega Marina Irace, responsabile HR del gruppo Almaviva. – Dal momento che le università sfornano un numero di laureati insufficienti a colmare il fabbisogno, circa la metà delle figure che contiamo di assumere sono diplomati, provenienti dagli istituti tecnici informatici oppure dai licei scientifici matematici. Noi facciamo anche programmi di alternanza scuola-lavoro: per figure come quelle degli sviluppatori, o dei programmatori, o professionalità legate alle infrastrutture che gestiscono dati, facciamo anche contratti di apprendistato. E assumiamo anche dagli Its, si tratta di professionalità equivalenti ai laureati triennali”.

Le professioni più ambite

Le professionalità del settore informatiche più richieste dal mercato, secondo le rilevazioni di Gi Group, sono il data analyst (laureato), che raccoglie, analizza e interpreta i dati; help desk (diplomati), figura impegnata nel fornire supporto e assistenza tecnica all’utente/cliente); java developer, che ha il ruolo di disegnare e sviluppare componenti software per rispondere alle specifiche esigenze delle aziende, e può essere un laureato o un diplomato Its o di scuola superiore, a seconda della complessità delle attività e delle mansioni; specialista Iot, impegnato in campi che vanno dall’industria 4.0 alla domotica, con un raggio di competenze ampio che va dalla connettività dei device fino all’analisi dei dati complessi raccolti sulle filiere produttive, anche in questo caso può trattarsi di lareato o diplomato a seconda delle mansioni; e infine specialista in intelligenza artificiale, laureato in informatica o ingegneria informatica, molto richiesto soprattutto nei settori dell’e-commerce, della finanza o della logistica. Al di là degli specialisti, la richiesta di competenze informatiche pervade ormai anche altri settori: “Per i progetti del Pnrr delle pubbliche amministrazioni servono laureati in Beni culturali, o ingegneria biomedica, o ingegneri gestionali, che abbiano però anche competenze digitali – dice Marina Irace. – In questo caso provvediamo noi alla formazione informatica, con corsi che durano circa un mese”. L’offerta di corsi brevi rivolti a tutti i tipi di laureati e anche di diplomati sta crescendo anche nel mercato, data la grande domanda: “Nel 2021 abbiamo svolto oltre 50 academy nel settore ICT – dice Daghero – formando più di 600 giovani diplomati o laureati con un tasso di inserimento in azienda superiore al 95%”. Quello che veramente ancora sorprendentemente manca in Italia, nel pieno della transizione digitale, sono le competenze informatiche di base, insegnate a scuola, e che renderebbero molto più occupabili i tanti giovani fuori dai percorsi di studio e di lavoro (i cosiddetti Neet) di cui l’Italia detiene il record in Europa.

La forte ricerca di laureati in informatica ha fatto crescere un po’ anche le retribuzioni. Dall’ultimo rapporto di Almalaurea emerge che nel 2021, a cinque anni dalla laurea, le retribuzioni più alte sono quelle dei laureati magistrali biennali di ingegneria industriale e dell’informazione e di informatica e tecnologie ICT, pari rispettivamente a 1.893 e 1.851 euro mensili netti. Sotto i 1.400 euro mensili invece gli stipendi dei laureati dei gruppi educazione e formazione, psicologico e letterario-umanistico. Ma ci sono figure specialistiche di informatici che vanno anche oltre le cifre indicate da Almalaurea: “Per un architetto software con 5 anni di anzianità, e competenze specifiche sulla blockchain, le retribuzioni medie si aggirano sui 50 mila euro lordi annui, perché c’è molto turnover”, rileva Marina Irace



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