La cultura informatica e la scuola (nonsolocovid)

da ilsecoloxix.it

di Paolo Fasce

Questa settimana ho ricevuto la telefonata del Dipartimento di Prevenzione. La settimana precedente avevo partecipato ad una riunione online entro la quale erano stati forniti ai dirigenti scolastici genovesi gli standard di comunicazione dei casi e, dal giorno dopo, mi sono organizzato per fornirli nel modo richiesto: un messaggio di posta elettronica contenente dei dati che ho esportato dal registro elettronico e incollato nel corpo del messaggio in formato testo.

Per raggiungere questo scopo ho coinvolto i coordinatori e le coordinatrici di classe che forniscono i dati indispensabili (i casi di positività che emergono nelle classi e le date dell’ultima esposizione e del tampone) e alcuni assistenti amministrativ* che reperiscono i dati richiesti dal registro elettronico, li incollano nell’email e li spediscono.



Tanto scettico quanto fiducioso mi sono messo in attesa del risultato di questo sforzo organizzativo la cui fatica più grossa è stata quella di collezionare i dati richiesti per i casi emersi prima della riunione e che mi sono assunto personalmente in quanto referente Covid-19 della mia scuola e la risposta non è giunta più di una settimana dopo. Ho quindi parlato con una dottoressa, valente e disponibile, che non ha potuto fare nulla per metà dei casi segnalati, essendo di fatto ampiamente scaduti i termini, e abbiamo di conseguenza negoziato il resto, anche, al volo, quelli nel frattempo sopraggiunti e disponibili alla mia attenzione nella tabella dei dati forniti dai coordinatori e dalle coordinatrici di classe, ma non ancora veicolati dagli uffici per motivi di ordine organizzativo. Al primo giro sono giunti i provvedimenti concordati, ma non tutti, e due erano errati. Altro giro di telefonate entro le quali sono stati sanati gli errori, sia miei che della dottoressa e, finalmente, ci siamo messi in pari. A questo punto, per parte mia, ho provveduto a diffondere i provvedimenti alle singole classi, affinché le studentesse e gli studenti potessero accedere al tampone gratuito, mentre suppongo che la dottoressa sia passata a concentrarsi su un’altra scuola. Stimo che il mio turno arriverà nuovamente tra due o tre settimane entro le quali confido che le regole cambino, ma la questione è istruttiva e ha una soluzione possibile: l’informatica.

 

Ciò che manca in questo processo è un sistema informatico che consenta di interfacciare i Dipartimenti di Prevenzione con le scuole che, peraltro, sono tutte informatizzate.

Ciò che manca, quindi, è la condivisione delle basi di dati della scuola con quelle dell’ASL e, naturalmente, un’interfaccia comune che consenta di gestire questa situazione. A titolo di esempio, una parte delle mie confusioni è dettata dal fatto che ci sono classi che passano da uno a due a tre casi o più e, di conseguenza, la mia tabella è popolata di righe obsolete. Problema mio, direte. Con ragione.

 

In un processo del genere succede che vengono spese, nelle ottomila scuole pubbliche statali italiane, centinaia di migliaia di ore-uomo per fornire dati che sono processati a mano dalle Asl. È del tutto evidente il fatto che in questo sistema, nessuno studente e nessuna studentessa italiani abbia mai rischiato alcunché allorquando siano stati posti in quarantena. È infatti ovvio che in un sistema di questo tipo, le forze dell’ordine sono e saranno sempre ignare dei nominativi delle persone in questo stato, semplicemente perché le amministrazioni non si parlano e i dati sono disponibili in un qualche oscuro archivio delle scuole o delle Asl in formato testo. Altre decine di migliaia di ore-uomo dovrebbero essere spese per popolare le basi di dati delle forze dell’ordine per un lavoro che sfuma dopo dieci giorni, al più quattordici, quelli fisiologici dei provvedimenti di quarantena. I tempi sono tali che un positivo che giri per la città e frequenti locali compiacenti non sarà mai perseguito.

In buona sostanza, per risolvere il problema, occorrono iniezioni di cultura informatica per la quale, con la presente, invoco il Ministro Cingolani. Il Ministero dell’Istruzione, da parte sua, dovrebbe lavorare per aggiornare la legislazione vigente in modo tale da rendere possibile alle software house di fornire servizi informatici alla pubblica amministrazione, in particolare alle scuole, solo se si soddisfa il seguente criterio: essere in grado di effettuare aggiornamenti di legge e organizzativi richiesti dall’amministrazione centrale. Quelli richiesti dalle amministrazioni periferiche, le scuole, sono evidentemente raccolte dalle software house e processate secondo criteri di generalità e di efficientamento che seguono logiche interne, ma non sempre sono implementati. Oltre a fare le mie segnalazioni alla software house, vorrei poterle fare al ministero che, valutandole, dovrebbe poterle imporre alle ditte che forniscono il servizio. Non come un favore, ma per obbligo.

In un mondo informatizzato, quindi, gli uffici delle scuole godono di un’interfaccia offerta dal registro elettronico nella quale selezionano i dati da trasmettere alle Asl con un certo agio, essendo progettato a priori ciò che deve essere estratto e trasmesso. Queste elaborano i dati tramite una propria interfaccia e, infine, con l’agio di un clic, trasmettono alla scuola e alle forze dell’ordine i dati per le rispettive competenze.

Con questo sistema le ore-uomo bruciate sull’altare di questo processo diventano un’attività ordinaria e non pervasiva e innestare questa logica sugli altri processi libera risorse umane che possono essere impegnate su fronti scoperti, come ad esempio quello della formazione continua che, in certi segmenti dell’amministrazione, è particolarmente rilevante (si pensi al tema della ricostruzione di carriera e delle pratiche di pensionamento). Metto tuttavia in guardia da una falsa digitalizzazione. Ho passato le vacanze di Natale a firmare digitalmente 215 diplomi, ciascuno dei quali andava firmato tre volte, a causa degli allegati, attraverso una procedura che, invocando lo Spid per ciascuna di esse, mi ha costretto a diventare un automa in quanto ho dovuto effettuare questa routine per 645 volte. Cosa che ho fatto per senso del dovere e perché, tutto sommato, ricevo un congruo stipendio. Ma è stata una tortura.



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