I miti della nascita del Web

da corriere.it

LO, in inglese, si legge «hello». «Ciao».

È stata questa la prima parola che ha viaggiato su ciò che oggi chiamiamo Internet. Mezzo secolo fa. Oggi sembra una premonizione dell’illusoria amicizia universale brevettata dai social network, figlia del mito (inventato anch’esso) dei sei gradi di separazione del sociologo Milgram. Di fatto quel «LO» era anche l’articolo determinativo maschile della lingua italiana. Ma questo è un puro caso. Sulle origini della Rete c’è molta confusione e le leggende metropolitane prendono spunto dal moto ondoso delle verità alternative come quella secondo cui il famoso «Error 404» ricordasse il numero della stanza di Tim Berners-Lee al Cern di Ginevra («Non esisteva nessuna stanza 404 al Cern» mi spiegò lo stesso Berners-Lee in un’intervista per i trent’anni del World Wide Web). Dire in effetti chi sia stato il padre della Rete è un fatto tecnicamente arduo e intellettualmente rischioso: si va da J. C. R. Licklider e Leonard Kleinrock fino a Berners-Lee e Vinton Cerf.

(Leonard Kleinrock)(Leonard Kleinrock)

Una certa paternità morale potrebbe anche essere individuata, libro alla mano, nell’autobiografica di Nikola Tesla. Ma su un’unica cosa c’è certezza: la sera del 29 ottobre del 1969 un messaggio partì da un computer dell’Università di Los Angeles, Ucla, per atterrare su un computer nei laboratori dell’Sri di Menlo Park. Erano le 22:30. In realtà quel «LO» trasformato da alcuni in «hello» altro non avrebbe dovuto essere che la parola «login», collegamento. La storia di Internet iniziò con un segno del destino: il primo di una serie interminabile di crash. La seconda parte, il «gin», non arrivò mai a destinazione. Dato che la trasmissione doveva essere di andata e ritorno il crash definì anche le gerarchie storiche: il piano prevedeva che da Ucla dovesse partire il «Log» e che da Menlo Park dovessero rispondere con «In». L’episodio cancellò dunque dalla cronaca il secondo laboratorio di ricerca che si muoveva sotto la supervisione di uno degli uomini più geniali e sfortunati della storia dei computer e della Rete: Douglas Engelbart.

(Douglas Engelbart)(Douglas Engelbart)

Morto nel 2013 Engelbart aveva predetto che «la rivoluzione digitale sarà di gran lunga più importante dell’invenzione della scrittura e anche della stampa». E aveva aggiunto: «In venti o trent’anni potremo portare in tasca tutta la conoscenza del mondo». Perché definirlo sfortunato? Perché non solo il suo laboratorio dovette lasciare, a causa di quel crash, gli onori della cronaca a Leonard Kleinrock di Ucla. Ma in aggiunta nessuno si sarebbe mai ricordato di riconoscergli la paternità di una delle più grandi invenzioni del Novecento, un piccolo oggetto comparso su tutte le scrivanie del mondo che avrebbe accorciato per sempre la distanza tra uomo e macchina grazie alla creazione di un linguaggio manuale: Engelbart ha inventato il «mouse» (se pensate che lo abbia creato Steve Jobs o che fosse un’intuizione dei famosi Xerox Park della Silicon Valley siete fuori strada).In realtà davanti alle due macchine quella sera del 29 ottobre di mezzo secolo fa c’erano due studenti anche loro dimenticati dalle cronache: Bill Duvall che si trovava in Menlo Park (famosa oggi per aver dato residenza al quartier generale di Facebook, meno per essere stato il luogo di uno dei primi laboratori di Thomas Edison alla fine dell’Ottocento) e Charlie Kline a Los Angeles.



Anche l’idea che Internet sia nato come progetto militare sarebbe, in parte, da ridimensionare: il messaggio nasceva all’interno dell’Advanced Research Projects Agency, dal cui acronimo nacque il neologismo Arpanet, poi diventato Internet. Se è vero che si era in piena Guerra Fredda e che il progetto Arpa era finanziato dal ministero della Difesa americano è anche dimostrato che l’obiettivo era mettere in connessione i centri accademici. Il confine è sottile, certo. Ma esiste.Per essere completi nel tratteggiare una breve storia del web non si può tacere però di J. C. R. Licklider. La sua figura, seppure poco nota al grande pubblico, è più o meno santificata nella comunità californiana. Nella sede della start up da 35 miliardi di dollari Stripe ai nuovi arrivati si regala una t-shirt con la scritta aziendale e un testo giallo di Licklider. Nel 1961 lo scienziato che al tempo lavorava per la società Bolt, Beranek and Newman (la stessa Bbn che tornerà nel test del 1969) iniziò a studiare per cercare di comprendere come costruire una sorta di «biblioteca del futuro», un progetto finanziato dalla Ford Foundation. Scrisse Licklider agli inizi degli anni Sessanta: «Dobbiamo iniziare a rifiutare lo stesso schema di un libro fisico». E, ancora: «Le pagine stampate come strumento per la preservazione della conoscenza nel lungo termine verranno superate». Fu lui ad avere la visione di una sostituzione dei libri con i computer che sarebbero stati collegati in un «network». Il destino ci mise lo zampino portando Licklider a guidare Arpa nel 1963. Di lì a poco, nel 1964, nasceva Jeff Bezos.

Resta da svelare il mistero Tesla. Cosa c’entra l’acerrimo nemico di Thomas Edison con Internet? Si legge nella sua autobiografia, si noti bene del 1919, di un sistema mondiale di trasmissione energetica senza fili che avrebbe permesso «l’interconnessione tra le preesistenti stazioni del telegrafo di tutto il mondo; l’instaurazione di un servizio telegrafico governativo del tutto segreto; l’interconnessione di tutte le stazioni; la distribuzione universale di notizie».Oggi lo chiamiamo Internet.



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