Gli smartphone e la vera storia delle batterie incendiarie

da firstonline.info

di Paola Guidi

Il caso delle batterie della Sumsung è solo il più clamoroso – Colpa della guerra dei prezzi e delle mancate certificazioni delle fabbriche asiatiche

Da quando sono arrivati gli smartphone, son cominciati grossi guai per le multinazionali della telefonia mobile. I cellulari erano molto resistenti, duravano a lungo superando ripetute e disastrose cadute. Poi ecco che arrivano i cellulari nuovi, “fighetti”, smart. Ma, con l’eccezione di Nokia, che ha sempre avuto formidabili apparecchi pressoché eterni, robustissimi, dotati di software straordinari, la grande maggioranza degli smartphone sono ed erano fragili, delicati, anche se diventavano sempre più dotati, “intelligenti”, sottili.

E con gli anni, i problemi si sono aggravati; tutti sanno – ma non lo hanno quasi mai scritto – che le ultime collezioni si guastano sempre più spesso, che hanno un’obsolescenza programmata molto corta, compatibilità precarie….. E ben presto sono cominciati i guai alle batterie, non nel 2016 come è accaduto alla Samsung, ma ben prima. E tutti zitti come tombini perché zeppi della pubblicità rombante di questi big hi tech, hi touch, anche hi bomb visto che ne sono scoppiati tanti di smartphone. In realtà, il loro successo travolgente ha subito costretto le multinazionali ad aprire fabbriche, ad accelerare i ritmi di produzione e consegna ma contemporaneamente, anche a tagliare i prezzi.



La guerra dei prezzi dei chaebol

Una guerra dei prezzi dove si sono distinti i chaebol statali coreani che avevano un solo scopo: non solo e non tanto di conquistare quote di mercato ma di abbattere impietosamente i competitor. Il mercato chiede smartphone sempre più performanti e sottili? E via con la progettazione di apparecchi, chiamati ormai phablet (smartphone e tablet insieme) che sono in realtà centrali avanzate di telefonia e di informatica sempre più sottili ma con display sempre più grandi, e un aumento della componentistica interna che provoca crescenti defaillances.

Inoltre la guerra dei prezzi e le promozioni delle catene costringono i produttori a tagliare la qualità di tutta la supply chain e soprattutto i costosissimi controlli di qualità in entrata, in linea e in uscita. Si tagliano anche i tempi ai fornitori di componenti e alle fabbriche perché anche i tempi costano, ovviamente. Le fabbriche cinesi e asiatiche non sono affatto quegli asettici e robotizzati spazi di produzione, anzi; chi ha lavorato in Cina sa che la manodopera cinese è allegramente imprecisa…Ma poiché in molti mercati vengono richieste le certificazioni di avvenuti controlli di laboratori terzi, alcuni produttori hanno preferito fornire documentazioni di controlli effettuati in proprio. Un ente terzo avrebbe rilevato, infatti, con prove nemmeno tanto spinte, che alcuni smartphone erano ad altissimo rischio esplosione.

Le batterie? Durano niente

E così le batterie e i componenti muoiono presto o si incendiano ben prima del 2016, solo che tutto viene messo a tacere. E’ così che già qualche anno prima Apple è costretta a dotare i suoi iPhone di una Smart Battery Case, una seconda batteria che rende un po’ più autonomo l’iPhone 6. E così che le potenti associazione nordamericane dei consumatori si muovono con class action, delle quali l’ultima è datata dicembre 2015 quando veniva anche denunciato che spesso il display non rispondeva al touch delle dita.

Ma quello che più ha sorpreso è stato scoprire che ad avviare le azioni più efficaci erano state le associazioni cinesi di difesa dei consumatori che avevano “avvisato” Apple China dei problemi riscontrati. Ed era cominciata una diatriba “globalizzata” su chi doveva rifondere i danni. Quando le associazioni cinesi hanno per così dire invitato la Apple a sbrigarsi dando un termine di dieci giorni, pena l’avvio di azioni e boicottaggi, il problema si è risolto. Come doveva essere risolto: chi sbaglia paga e Apple ha dovuto far fronte agli impegni. Ma in finale: quanto vale il disastroso esordio incendiario del Galaxy Note? Solo per le sostituzioni e senza calcolare i danni all’immagine e alle quote, un miliardo di dollari. Come inizio.



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